Giovanna Garbuio

Quando un matrimonio è finito – articolo di Giovanna Garbuio

Quando un matrimonio è finito

Un matrimonio è concluso interiormente molto prima della separazione. Riconoscerne la fine non significa cancellare l’amore vissuto né considerare fallita la relazione. Significa guardare con sincerità ciò che due persone sono diventate e permettere alla vita di assumere una nuova forma.

Riconoscere la fine di una relazione senza considerarla un fallimento

Una relazione che finisce in realtà si conclude molto prima del momento in cui troviamo il coraggio di dichiararla conclusa. Riconoscere quando un matrimonio è finito non significa rinnegare ciò che è stato, ma permettere alla verità del presente di prendere finalmente la sua forma.

Quando un matrimonio è finito prima della separazione

Un matrimonio non finisce mai nel giorno in cui due persone se lo confessano e decidono di separarsi. Quella data rappresenta soltanto il momento visibile di un processo cominciato molto tempo prima. Le relazioni cambiano attraverso una quantità di movimenti quasi impercettibili.

  • Si comincia a costruire separatamente ciò che un tempo si costruiva insieme.
  • Cambiano gli interessi, i desideri, le priorità,
  • Il modo di immaginare il futuro diventa autonomo
  • L’intimità assume una forma diversa.
  • Alcuni spazi condivisi si restringono
  • e altri, individuali, diventano sempre più grandi.

Niente di tutto questo deve necessariamente essere vissuto come un errore. Non è un errore! Due persone possono essersi amate profondamente e, proprio vivendo insieme, essersi trasformate fino a diventare persone che non percorrono più la stessa strada.

Il momento della separazione arriva allora quando ciò che è già avvenuto interiormente domanda di essere riconosciuto anche nella realtà esterna.

È questo che rende alcune separazioni tanto difficili. Si continua a pensare di trovarsi davanti a una decisione enorme, mentre la decisione è stata costruita lentamente negli anni attraverso centinaia di piccole scelte quotidiane.

La vera domanda diventa allora meno “Devo lasciare questa persona?” e più “Sono disposto a riconoscere ciò che la nostra relazione è diventata?”

Una relazione può trasformarsi senza che per forza qualcuno abbia sbagliato

Quando un matrimonio attraversa una crisi profonda, la mente cerca quasi automaticamente una causa.

  • Chi ha cominciato?
  • Chi si è allontanato?
  • Chi ha dato meno?
  • Chi avrebbe dovuto accorgersene?
  • Chi avrebbe potuto impedire che accadesse?
  • Chi si è comportato “male” verso l’altro?

È comprensibile. Trovare una causa lineare dà l’impressione di poter mettere ordine in qualcosa che emotivamente appare confuso.

Una relazione, però, è un organismo molto più complesso.

Viene costruita continuamente dalle persone che la vivono e cambia mentre loro cambiano. Gli individui che si sono scelti dieci, venti o trent’anni prima (ma anche un anno fa) non esistono più esattamente nella stessa forma. Hanno vissuto esperienze, attraversato crisi, scoperto nuovi aspetti di sé, modificato valori, priorità e bisogni. Continuare a stare insieme richiede che le rispettive trasformazioni riescano ancora a dialogare.

A volte accade. A volte le differenze diventano nuove risorse della coppia. Altre volte i percorsi prendono progressivamente direzioni diverse.

Questo non rende necessariamente sbagliata la storia vissuta o le persone che la vivono o una delle due persone. Significa semplicemente che la forma capace di contenere quelle due persone in una determinata fase della loro vita potrebbe non essere più la forma adatta a contenerle oggi.

Quando arriva un’altra persona

L’ingresso di una terza persona viene spesso identificato come la causa della fine di una coppia: Quando un matrimonio è finito? Quando è arrivato lui/lei. Certamente questo avvenimento può produrre una crisi evidente, accelerare decisioni, generare dolore e rendere impossibile continuare a ignorare ciò che stava accadendo. Eppure se accade, il nuovo incontro non crea lo spazio in cui entra, lo rende visibile.

La domanda interessante diventa quindi: Che cosa ha risvegliato quell’incontro? Può essere vitalità, desiderio, curiosità, libertà, intimità, la sensazione di essere nuovamente visti, la scoperta di una parte di sé rimasta silenziosa per anni. Ma in ogni casa si tratta di una manchanza che era già presente. Il nuovo incontro può agire come un rivelatore: illumina una stanza interiore che esisteva già e che era diventata buia.

Per questo è importante riuscire a osservare la relazione che sta finendo indipendentemente dal futuro di quella che sta cominciando. Una nuova storia non dovrebbe avere il compito di dimostrare quando un matrimonio è finito. La nuova rlazaione potrebbe durare tutta la vita oppure pochi mesi. Potrebbe trasformarsi in un legame importante oppure aver avuto principalmente la funzione di rendere evidente qualcosa che chiedeva di essere visto.

Ciò che abbiamo riconosciuto di noi stessi attraverso quell’incontro rimane vero anche se il rapporto nuovo dovesse cambiare. Affidargli il compito di giustificare la separazione, di stabilire quando un matrimonio è finito, significa caricarlo di una responsabilità che non gli appartiene.

Separarsi senza costruire un colpevole

Una delle possibilità più mature quando un matrimonio è finito consiste nel rinunciare alla necessità di trovare un colpevole. Rinunciare alla colpa non significa rinunciare alla responsabilità. La responsabilità riconosce il contributo di ciascuno alla realtà che è stata costruita. Non distribuisce condanne, non stabilisce chi sia buono e chi sia cattivo, non trasforma anni di vita condivisa in un processo.

Entrambi hanno partecipato alla costruzione della relazione. Entrambi hanno contribuito alla sua trasformazione. Entrambi sono diventati le persone che sono oggi.

Responsabilità, da questa prospettiva, significa riuscire a dire: questa è la realtà a cui siamo arrivati insieme.

La ricerca ossessiva del momento preciso in cui tutto è cominciato a deteriorarsi non serve proprio a niente. Le esperienze umane raramente seguono una linea così semplice. Quando un matrimonioè finito può essere il risultato di migliaia di eventi, silenzi, compromessi, cambiamenti, aperture e chiusure che hanno modificato lentamente il rapporto. Riconoscerlo permette di abbandonare la contabilità affettiva e guardare ciò che esiste adesso.

Il dolore non dimostra che la scelta sia sbagliata

Uno degli equivoci più frequenti uando un matrimonio è finito consiste nel considerare il dolore come una prova. “Se sto così male, forse sto sbagliando.” Eppure il dolore non possiede automaticamente questo significato. Possiamo soffrire proprio mentre stiamo compiendo un passaggio profondamente coerente con ciò che siamo diventati. Una relazione importante lascia tracce enormi, lascia rituali quotidiani, abitudini, luoghi, amici, ricordi, progetti, ruoli familiari, appartenenze.

Lascia soprattutto un’identità. Per molti anni ci siamo percepiti come parte di un “noi”. Quando quel noi cambia forma, deve cambiare anche una parte del modo in cui ci raccontiamo chi siamo. È naturale che questo movimento provochi dolore. Possiamo sentire nostalgia, frustrazione, inadeguatezza e sapere ugualmente che una relazione è conclusa.

Possiamo provare tenerezza verso la persona da cui ci stiamo separando e continuare a sapere che non vogliamo più essere il suo compagno o la sua compagna. Possiamo avere paura e contemporaneamente riconoscere la direzione. Possiamo ricordare con gratitudine ciò che siamo stati e sapere che quella forma non ci rappresenta più.

Le emozioni non hanno bisogno di essere coerenti tra loro per essere autentiche.

Il senso di colpa quando si decide di lasciare

Il senso di colpa può diventare particolarmente intenso quando la consapevolezza della fine arriva prima per uno dei due. Chi ha già compreso quando un matrimonio è finito, osserva il dolore dell’altro e può sentirsi responsabile di averglielo provocato. Da qui nasce facilmente la tentazione di arretrare, aspettare, addolcire la propria posizione fino a renderla ambigua o rimanere nella relazione per proteggere l’altra persona.

Ma esiste una domanda che merita di essere posta: che cosa stiamo realmente offrendo all’altro quando rimaniamo in una relazione nella quale non desideriamo più essere? Una presenza priva di verità non è necessariamente un gesto d’amore.

Anche la persona che viene lasciata merita la possibilità di costruire una vita con qualcuno che desideri realmente esserci. Continuare a stare insieme per senso di colpa può sembrare generoso, ma rischia di sospendere entrambi in una forma che non corrisponde più alla realtà. Lasciare libero l’altro significa anche riconoscergli la possibilità di una nuova vita.

Non possiamo evitare a qualcuno il dolore di un passaggio importante. Possiamo attraversarlo con rispetto, delicatezza, attenzione e umanità. Possiamo evitare crudeltà inutili. Possiamo ascoltare. Non possiamo però vivere al suo posto ciò che quel passaggio gli chiede di attraversare.

Essere amorevoli non significa essere ambigui

Quando un matrimonio è finito la delicatezza viene spesso confusa con l’incertezza. Quando una persona soffre davanti a noi, può diventare difficile pronunciare parole nette. Viene spontaneo lasciare una porta socchiusa, attenuare ciò che sentiamo, suggerire possibilità che interiormente abbiamo già escluso. Nel breve periodo questo atteggiamento sembra diminuire il dolore. Nel lungo periodo non può che aumentarlo.

La chiarezza può essere una forma profonda di rispetto. Significa parlare partendo da sé, evitando accuse, processi e ricostruzioni destinate a dimostrare che l’altro è responsabile della fine. Non occorre distruggere il passato per autorizzarsi a lasciare il presente. Non occorre trasformare l’altra persona in qualcuno che non avremmo mai dovuto amare. Non occorre dimostrare che gli anni condivisi sono stati un errore.

È possibile dire semplicemente che la persona che siamo oggi non riesce più ad abitare autenticamente quella relazione. E riconoscere molto semplicemente che quando un matrimonio è finito, è finito!

Quando un matrimonio è finito non è una relazione fallita

Questo è probabilmente uno degli aspetti più difficili da accettare nella cultura sentimentale in cui siamo cresciuti. Abbiamo associato la riuscita di una relazione alla sua durata. Se due persone rimangono insieme fino alla morte, la relazione ha funzionato. Se si separano, qualcosa è andato storto.

Ma perché il valore di un’esperienza dovrebbe dipendere esclusivamente dalla sua durata?

Un matrimonio può aver accompagnato due persone per vent’anni (o pe sei mesi), aver dato loro amore, crescita, esperienze, figli, scoperte, sostegno, difficoltà attraversate insieme e innumerevoli momenti di autentica condivisione. Quando un matrimonio è finito non si cancella niente di tutto questo.

Una relazione ha svolto completamente la propria funzione proprio conducendo i due individui fino al punto in cui le loro strade hanno bisogno di separarsi. Ciò che è stato vero rimane vero e prezioso. L’amore provato non diventa falso quando un matrimonio è finito, perché oggi ha assunto una forma diversa.

Il passato non viene riscritto dalla separazione. Una storia può essere stata meravigliosa e contemporaneamente essere finita.

Anche l’amore cambia forma

Siamo abituati a pensare all’amore come qualcosa che esiste oppure scompare e quando scompare siamo indirizti a sentire che non è mai esistito. L’esperienza mostra una realtà più articolata. L’amore può trasformarsi, e quando c’è stato comunque a qualche livello resta.

La persona con cui non desideriamo più condividere una vita matrimoniale può continuare a essere qualcuno verso cui proviamo affetto, gratitudine, rispetto e un profondo riconoscimento.

Non accade sempre e certamente non accade immediatamente.

Alcune separazioni attraversano conflitti durissimi e richiedono tempo prima che possa emergere uno sguardo differente. In altre situazioni la distanza è necessaria e salutare. Rimane però la possibilità fondamentale di chiudere una forma senza cancellare tutto ciò che quella forma ha contenuto.

A volte l’ultimo gesto d’amore verso una relazione consiste proprio nel permetterle di finire. Continuare a costringerla a essere ciò che era diventa una forma di fedeltà al passato e di infedeltà al presente.

Onorare la persona che eravamo quando abbiamo scelto quella relazione

Quando un matrimonio è finito possiamo essere tentati di giudicare anche la persona che eravamo quando lo abbiamo scelto.

  • “Come ho fatto a non capire?”
  • “Perché l’ho sposato?”
  • “Perché ho aspettato tanto?”

Sono domande che guardano il passato con la consapevolezza di oggi.

La persona che ha scelto quella relazione possedeva però un’altra esperienza, altri bisogni, altre aspirazioni e un’altra comprensione della vita. Quella persona (quelle persone) merita comunque gratitudine. Ha scelto utilizzando ciò che allora aveva a disposizione. Ha amato come sapeva amare. Ha costruito una parte della strada che ha permesso alla persona di oggi di esistere.

Rinnegare quella scelta significa, in qualche modo, rinnegare anche il percorso che ci ha condotto fin qui. Possiamo invece riconoscere che una scelta autentica in un momento della vita non è obbligata a rimanere valida per sempre.

Riconoscere la fine senza conoscere ancora il futuro

Un’altra grande paura riguarda ciò che verrà dopo. Dove vivrò? Come cambierà la famiglia? Sarò solo? Troverò un nuovo compagno? Mi pentirò? Sarò felice? …

La mente vorrebbe conoscere l’intero paesaggio futuro prima di autorizzarsi a compiere il prossimo passo.

Non mai è possibile! Possiamo conoscere con chiarezza ciò che non corrisponde più alla nostra verità senza sapere ancora quale forma prenderà la vita successiva. Il futuro non deve essere garantito affinché il presente possa essere riconosciuto.

Anche quando un matrimonio è finito si procede un passo alla volta. Prima arriva il riconoscimento interiore. Poi la possibilità di comunicarlo. Poi gli aspetti concreti della separazione. Poi le emozioni, le riorganizzazioni, le nuove abitudini, gli equilibri che lentamente trovano forma.

Non occorre sapere oggi chi saremo tra cinque anni. Non occorre mai e nemmeno quando un matrimonio è finito. Occorre riuscire ad abitare con sincerità il passo che abbiamo davanti.

Quando un matrimonio è finito davvero?

Forse la risposta non dipende soltanto dal conflitto, dall’assenza di desiderio, dalla presenza di un’altra persona o dal numero di problemi accumulati. Un matrimonio può essere profondamente in crisi e possedere ancora una vitalità enorme, può attraversare periodi di distanza e ritrovare una nuova forma, può persino arrivare vicinissimo alla separazione e rinascere attraverso persone che decidono autenticamente di incontrarsi di nuovo.

La questione fondamentale riguarda allora la disponibilità interiore.

Esiste ancora un “noi” che entrambi desiderano costruire? C’è ancora il desiderio reale di esserci? Non il dovere, non la paura di perdere ciò che è stato costruito, non il timore del giudizio, non l’abitudine. Il desiderio autentico di continuare a creare insieme.

Quando quel movimento non esiste più e la conclusione è stata riconosciuta profondamente, continuare a negarla non salva necessariamente la relazione, può semplicemente rimandare il momento in cui la realtà esterna raggiungerà quella interiore.

Lasciare andare senza cancellare

Forse una delle forme più profonde di maturità affettiva, quando un matrimonio è finito, consiste proprio nella capacità di lasciare andare senza cancellare, riconoscere il bene ricevuto, riconoscere quello donato, ringraziare la persona che abbiamo avuto accanto per ciò che siamo riusciti a essere insieme, accettare che il movimento della vita abbia trasformato entrambi.

E permettere alla relazione di occupare finalmente il posto che le appartiene nella nostra storia.

Non tutte le persone che amiamo sono destinate ad accompagnarci per tutta la vita, alcune ci accompagnano esattamente per il tratto di strada necessario a diventare ciò che siamo. La loro uscita dalla nostra quotidianità non annulla il significato della strada percorsa.

Quando un matrimonio è finito veramente, il passaggio più difficile può essere proprio questo: smettere di chiedersi se sia giusto che finisca e cominciare a riconoscere con amore che è già finita. Da quel riconoscimento può nascere una forma nuova di pace. Non la pace prodotta dall’assenza di dolore, ma quella che emerge quando ciò che sappiamo profondamente e ciò che scegliamo di vivere tornano finalmente a coincidere.

Giovanna Garbuio

Mi chiamo Giovanna Garbuio non mi piace definirmi, ma se proprio lo devo fare direi che sono una libera pensatrice. Sono inciampata nel 2008 su ho'oponopono e l'ho subito identificato come la via per lasciar andare tutte le domande! Sono stata la prima a scrivere qualcosa di strutturato su Ho'oponopono in Italia.  Sono entrata in contatto con la cultura Hawaiana dunque, quando ancora in italiano non c'era letteratura e quella poca che c'era era per lo più fuori stampa e quindi non più disponibile.

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