Giovanna Garbuio

Come manifestare la realtà: Articolo di Giovanna Garbuio

Come manifestare la realtà – Il Calciatore: prima dentro e poi fuori

come manifestare la realtà: il calciatore
Come manifestare la realtà – Prima dentro poi fuori

Come manifestare la realtà: l’identità che crea la realtà

Come manifestare la realtà: Marco era l’uomo di punta, il numero dieci, il talento puro, quello che risolveva le partite. I giornali parlavano di lui come di un predestinato, in campo prendeva palla e decideva, se c’era un compagno libero lo vedeva, ma non lo considerava. Il tiro era la sua firma, il gol la sua conferma. Alcune partite le aveva vinte da solo, altre le aveva perse per lo stesso motivo.

Dentro di sé coltivava la convinzione incrollabile di essere quello che segna e di essere indispensabile. Quella identità era la sua Legge personale, era la sua convinzione, ciò che per lui era vero sempre e comunque. E la realtà dei fatti inesorabilmente glielo confermava.

Marco ancora non sapeva che stava vivendo, nel bene e nel male, una lezione concreta su come manifestare la realtà.

Quando l’identità mostra le sue conseguenze

Poi come un fulmine a ciel sereno arrivò l’infortunio che gli mostro molto chiaramente comemanifestare la realtà. Un contrasto duro e il suo ginocchio cedette. Diagnosi infausta, prognosi difficile, qualcuno parlò di una carriera conclusa. Seguirono mesi di ospedale e di riabilitazione. Ma il fisico era forte, Marco era giovane e allenato e il suo corpo, al di là delle nefaste previsioni, guarì perfettamente.

I medici gli diedero il via libera e Marco tornò in campo, ma non era più lo stesso Marco. Qualcosa si era incrinato. Aveva paure… paura di farsi male di nuovo, magari peggio. Un mezzo secondo di esitazione, un tiro meno deciso. Si teneva sempre lontano da ogni contrasto.

L’allenatore iniziò a lasciarlo in panchina e le partite cominciarono a scorrere senza di lui, la squadra trovò nuovi equilibri che non lo coinvolgevano più. Marco viveva tutto questo come un’ inaccettabile ingiustizia, si sentiva vittima delle circostanze. Il destino, la sfortuna, le scelte tecniche, i compagni, i giornalisti,  tutto ordiva strategie contro di lui, per invidia, per timore, per antipatia. In realtàanora non capiva che la vita gli stava semplicemente mostrando come manifestare la realtà.

Il primo passo per capire come manifestare la realtà

In ospedale, durante la degenza e i controlli, aveva conosciuto Paolo, un infermiere tranquillo, stabile, con uno sguardo sereno che non chiedeva niente, ma concedeva molto. Sempre gentile, attento, disponibile e interessato.

Ma non aveva idea di chi fosse Marco. Paolo non si era mai interessato di calcio e per lui Marco era un paziente come gli altri e quindi, solo per il fatto di essere un paziente, aveva diritto a tutta l’attenzione e le cure, e perché no, all’affetto di cui Paolo era capace. Paolo lo trattava sempre come se fosse la sua unica priorità, ma non lo trattava come una star.

Un giorno, mentre gli sistemava la medicazione, entrambi in reciproca vena di confidenze, Paolo gli disse con semplicità che lui grazie agli insegnamenti di suo nonno su come manifestare la realtà consapevolmente, era un uomo realizzato, che viveva la vita che aveva sempre sognato e che stava davvero bene. Poi aggiunse però che Marco invece, gli sembrava in equilibrio precario.

Marco reagì con stizza per l’orgoglio ferito. Paolo non si scompose e continuò ad essere sempre gentile e attento e giorno dopo giorno si riconquistò l’attenzione e l’affetto di Marco.

Paolo era un grande ascoltatore e Marco con lui ormai si sfogava liberamente. Paolo ascoltava tutto con molta attenzione, lo lasciava parlare a cascata, sempre presente e coinvolto, e si limitava a commentare didascalicamente con vere e proprie perle di saggezza.

Una volta gli disse che la vita non toglie niente, mette soltanto in evidenza quello che dentro è già attivo. Un’altra volta gli disse che la realtà non punisce mai, riflette solo quello che noi stessi le mostriamo. E un pomeriggio, mentre Marco si lamentava dell’allenatore che non gli dava più il suo reale valore, Paolo osservò che quando qualcosa fuori ci svaluta è perché dentro ci stiamo già vivendo in forma ridotta.

Fu lì che Marco iniziò a intuire come manifestare la realtà: non intervenendo sugli eventi, ma osservando lo stato interiore che li precede.

La chiave per capire come manifestare la realtà

Il giorno delle dimissioni Paolo regalò a Marco un taccuino. Dentro c’erano appunti ordinati, trascritti negli anni. Era la sintesi della saggezza che gli aveva trasmesso suo nonno, gli spiegò Paolo. Gli disse che forse, in quel momento, sarebbero stati più utili a Marco che a Paolo, anche perché Paolo, così gli confessò, ormai da anni non aveva più bisogno di consultare il taccuino… Quello che c’era scritto dentro lo “camminava” quotidianamente.

Nei giorni successivi Marco iniziò a leggere il taccuino per distrarsi, si raccontava a se stesso. Vi trovò concetti che pur risuonandogli come conoscenze antiche, non aveva mai considerato come veri, ma che oggi sentiva avessero davvero un fondamento reale:

  • La realtà dei sensi, quella materiale che vedi e tocchi ogni giorno, è uno specchio dell’interiorità.
  • Quello che vivi fuori riflette lo stato di coscienza che abiti dentro di te, cioè il modo in cui ti senti e ti consideri.
  • Sei responsabile al cento per cento della tua esperienza.
  • La responsabilità è il tuo potere, non una condanna.
  • Le memorie sono le cariche emotive che hai attribuito agli eventi
  • Finché non sciogli le memorie ostacolanti, continuano a generare esperienze simili
  • Ho’oponopono è lo strumento per pulire le memorie obsolete ripetendo il mantra “Scusa, Grazie, Ti Amo”.
  • L’immaginazione crea
  • Non manifesti quello che vuoi, ma quello che sei
  • Fai esperienza di quello che accetti come vero di te stesso, cioè la tua esperienza corrisponde all’idea che hai di te stesso.
  • Non sperare, non limitarti a credere, devi “sapere”. Il sapere è potere quando diventa certezza interiore.

Marco iniziava a comprendere che capire come manifestare la realtà non significa forzare ciò che accade, ma riconoscere l’identità da cui ciò che accade prende forma.

Un pomeriggio, dopo il solito tempo dedicato a “distrarsi”, Marco chiuse il taccuino e rimase a lungo in silenzio. Capì che questo lavoro non si fa davanti agli altri, non si racconta, non si esibisce. È un lavoro intimo, silenzioso, da fare da soli, nella propria stanza, nella propria coscienza, senza bisogno di parlarne con nessuno. Non c’è bisogno di cambiare agli occhi degli altri la propria reputazione, bella o brutta che sia. Cambiare significa avere il coraggio di guardarsi senza pubblico.

Se la realtà è uno specchio, la panchina sta riflettendo qualcosa che io sono. Forse per la prima volta si guardò senza giustificazioni, senza cercare colpevoli, senza cercare scuse. E per la prima volta si accorse dell’arroganza, della separazione, del bisogno di sentirsi superiore. Ma vide anche la paura nascosta sotto quella corazza.

“Valgo solo se dimostro di essere il migliore” si era ripetuto silenziosamente tutta la vita. “Posso essere Amato solo se il riflettore è puntato su di me. Se punta un altro lo devo spegnere”; “Se qualcun altro brilla, io scompaio.”Capì finalmente che non stava pagando una sfortuna, stava vedendo riflessa la sua identità egoista e centrata solo su di sé. E l’infortunio aveva colpito proprio lì, aveva incrinato l’identità su cui aveva costruito tutto.

Se la Legge della Manifestazione risponde all’identità, la sua identità in questo momento stava generando isolamento. La squadra non si fidava più di lui perché lui non si era mai fidato davvero della squadra. La realtà stava solo eseguendo un’organizzazione coerente con il suo dentro.

Comprendere questo passaggio è essenziale per capire come manifestare la realtà in modo consapevole.

Marco tornò a trovare Paolo e gli chiese di insegnargli ad applicare Ho’oponopono con disciplina.

Assumere lo stato: il cuore di come manifestare la realtà

Paolo gli spiegò che Ho’oponopono si basa su un principio semplice e radicale:Tutto è Uno e l’Uno è Amore. Tutto è Amore che si muove per riconoscere Se Stesso. Tutto è Uno e l’Uno è Amore: Amore non inteso come relazione tra persone, ma come forza universale che tiene insieme tutto, che muove tutto e sostiene tutto. Tutto è Amore che si muove per riconoscere Se Stesso, cioè che non esiste un principio contrario all’Amore. Non esiste un “male” separato che combatte contro il bene, esiste un’unica energia, l’Amore, che attraverso ogni esperienza  (anche quelle che giudichiamo dolorose o ingiuste) continua a manifestarsi e ad espandersi. Quello che appare come errore, perdita o ferita è un movimento che, a un livello più profondo, sta riportando equilibrio e verità. Anche quando non lo capiamo subito, ogni evento partecipa alla rivelazione di una forma più autentica e più ampia di Amore.

E contemporaneamente poiché tutto è Amore anche io sono Amore, tu sei Amore perciò ogni esperienza serve a farci vedere chi siamo davvero e a riportarci a una versione più vera e più completa di noi stessi.


Da questo derivano tre indicazioni fondamentali: io sono responsabile al 100% della manifestazione della mia realtà; i problemi sono opportunità; le aspettative sono ostacoli.

Poi aggiunse che è importante ricordare che la Vita non ci dà quello che vogliamo, ci fa vivere quello che siamo. Se vogliamo qualcosa di diverso, dobbiamo diventare quel qualcosa. Dobbiamo comportarci, pensare e sentirci già come se fossimo quella versione nuova di noi, perché la realtà risponde sempre allo stato di coscienza che abitiamo.

Se vogliamo ottenere qualcosa di specifico, dunque, è indispensabile esserlo, essere chi ha realizzato quel qualcosa di specifico, ossia assumere dentro di noi l’atteggiamento di chi ha già realizzato quell’obiettivo, e restare fedeli a quella nuova persona che abbiamo deciso di essere,  fedeli fino a sapere che è vero, certo, indiscutibile, perché solo quando diventa identità stabile (Io sono colui che ha già realizzato quello che voglio realizzare) la realtà si riorganizza di conseguenza, e a quel punto inevitabilmente, anche se magari con un certo ritardo di tempo, si realizzerà.

È qui che molti sbagliano quando cercano di capire come manifestare la realtà: cercano di ottenere senza diventare.

Pulire le memorie per liberare l’identità

Da quel momento ogni giorno Marco si sedeva in silenzio e portava alla mente le sue azioni egoistiche, i tiri forzati, le parole dure ai compagni. Sentiva il peso di quelle memorie e ripeteva dentro di sé scusa, grazie, ti amo, per sciogliere la carica emotiva che quelle immagini gli facevano sentire ancora viva e attiva, per liberare energia bloccata.

Non cercava di cambiare il passato, lasciava dissolvere la reazione che il passato attivava nel presente. Ogni volta che emergeva la rabbia verso l’allenatore o verso i giornalisti, faceva lo stesso: responsabilità totale. Se mi disturba, mi sta mostrando qualcosa di me a cui non sto dando la sufficiente attenzione, si ripeteva.

Cominciava a comprendere che questo era il primo movimento concreto di come manifestare la realtà, ossia sciogliere ciò che mantiene attiva l’identità che genera gli stessi risultati.

L’immaginazione nel presonno

Parallelamente iniziò a usare l’immaginazione proprio come Paolo gli aveva insegnato. Ogni sera, nello stato subito precedente al sonno, costruiva una scena breve e precisa. Non quando era ancora pienamente vigile e analitico, ma quando il corpo era già rilassato e la mente meno critica, in quel momento in cui le immagini scorrono più facilmente e non si sente il bisogno di discuterle.

Sempre la stessa scena, senza cambiarla, perché la ripetizione rende naturale ciò che inizialmente sembra forzato. Non un sogno vago di successo, ma una scena concreta: era di nuovo titolare fisso, sentiva la fascia di capitano al braccio. Questo era relativamente facile perché sapeva come ci si sentiva, ma adesso l’emozione che evocava era altruista e generosa… L’obiettivo non era più se stesso, ma la squadra tutta.

Sentiva la responsabilità di essere il capitano, sentiva la fiducia dei compagni, viveva la partita come parte di un’unità. Lui non era più il protagonista isolato, era parte della squadra e allo stesso tempo era la squadra. E nel dormiveglia ripeteva la scena finché diventava naturale, ovvia, finché non doveva più sforzarsi di crederci. Non si diceva “tornerò grande”, dentro di sé affermava “io sono il capitano amato dalla squadra”, e lo sentiva vero! Non lo desiderava, lo abitava.

È in quello spazio tra veglia e sonno che l’assunzione diventa più profonda, perché l’identità si imprime senza opposizione e comincia a stabilizzarsi. Questo passaggio è fondamentale per comprendere come manifestare la realtà

Come manifestare la realtà: restare fedeli quando l’evidenza nega

All’inizio la realtà dei sensi continuava a gridare il contrario. Il suo posto in panchina continuava ad essere garantito e quando continuava ad accadere Marco puliva la frustrazione ripetendosi sempre, di continuo “Scusa, Grazie, Ti Amo”.

Le critiche continuavano a circolare, i commenti sul suo declino erano all’ordine del giorno e quando Marco ne veniva a conoscenza affermava: “Questa non è la mia verità” seguito dal continuativo “Scusa, Grazie, Ti Amo”.

Non lottava contro i fatti, lavorava sulla sua reazione ai fatti. Perché manifestare la realtà non significa combattere ciò che accade, ma stabilizzare ciò che si è scelto di essere. La mente gli proponeva ancora inesorabilmente i suoi dubbi, ma Marco ricordava a se stesso una frase del taccuino: “La fedeltà al mio nuovo stato deve essere assoluta, soprattutto quando l’evidenza lo nega”.

E rimaneva fermo nell’incarnare l’Uomo Nuovo che aveva scelto di essere. Non reagiva più emotivamente alla panchina, la vedeva solo come l’ombra di un’identità passata. La realtà è lenta, si ripeteva. Io sono il capitano e presto i fatti lo testimonieranno.

Comportarsi come chi si è scelto di essere

E intanto mentre la realtà testimoniata dai sensi non cambiava, Marco invece cambiava costantemente: in allenamento cambiò completamente atteggiamento e iniziò a passare la palla con naturalezza; incoraggiava i compagni come non aveva mai fatto; ascoltava e faceva tesoro di quello che veniva detto; non cercava più di dimostrare niente, non aveva più bisogno dell’approvazione degli altri.

Non stava fingendo di essere il capitano, si stava comportando come tale prima che il titolo gli venisse riconosciuto.

E si sentiva sempre più stabile. Era arrivato al punto in cui non sperava nemmeno più di tornare titolare, anche se sapeva di esserlo già nello stato che abitava, ma in ogni caso se non fosse successo lui si sentiva realizzato comunque. E fu proprio in quel punto che l’assunzione era completa, perché non dipendeva più dal risultato.

Quando la realtà si adegua

Una domenica accade l’impossibile, l’allenatore senza una ragione apparente, lo fece entrare nel secondo tempo. Marco sentiva una calma diversa.

A pochi minuti dalla fine ricevette un pallone filtrante, si trovò davanti alla porta con un difensore molto vicino. Per anni avrebbe tirato senza esitazione, cercando il gol personale. In quell’istante invece vide con chiarezza il compagno libero alla sua sinistra. Non fu un sacrificio, fu la cosa più naturale del mondo, passò la palla e un attimo dopo il pallone era in rete.

Lo stadio esplose. Marco corse ad abbracciare il compagno e sentì una gioia piena, condivisa, strabordante.

In quel gesto la sua identità si era compiuta, non era più l’uomo che deve dimostrare, non era più qualcuno che aveva bisogno di essere visto: era parte di un Uno che fa la sua esperienza attraverso tutti.

Pochi minuti dopo, incredibilmente, su un’altra azione, il pallone tornò a lui. Senza nessun pensiero il tiro partì deciso e si infilò potente, imprendibile sotto la traversa. Gol. Non c’era stata nessuna tensione, nessun bisogno, solo espressione autentica e potente.

Marco tornò titolare stabile nelle settimane successive. I commentatori parlarono di maturità, di crescita, di lavoro mentale.

Marco era l’unico a conoscere la verità più profonda: aveva cambiato quello che accettava come vero di sé, aveva pulito le memorie limitanti, si era preso la responsabilità della propria esperienza, e aveva abitato con disciplina quel qualcosa di specifico che voleva diventare fino a sapere che era vero.

Non aveva forzato gli eventi, aveva reso coerente il proprio stato interiore; non aveva convinto la realtà, aveva smesso di contraddirla dentro di sé; non aveva chiesto che accadesse qualcosa, era diventato qualcuno che aveva realizzato quel qualcosa.

Quando lo stato interiore è stabile e fiducioso, il mondo esterno non ha alternative. La realtà non aveva fatto altro che conformarsi alla sua nuova convinzione.

La sequenza che piega la realtà

  • Prima aveva sciolto le reazioni emotive che lo tenevano ancorato al vecchio sé;
  • poi aveva assunto con costanza l’identità nuova nel silenzio dell’immaginazione;
  • infine aveva vissuto nel quotidiano come se fosse già vero, senza aspettare conferme. Non era stato un atto di fede cieca, era stato un lavoro di coerenza.

Lo stato interiore aveva modificato il suo modo di muoversi, di parlare, di decidere e quel nuovo comportamento aveva generato risposte diverse attorno a lui e quelle risposte, sommate nel tempo, avevano costruito il risultato visibile. Ed è proprio questa sequenza che piega la realtà.

Questa è la dinamica concreta di come manifestare la realtà: chi desidera capire davvero come manifestare la realtà deve partire da qui: identità prima del risultato.

  • prima si scioglie il vecchio stato,
  • poi si assume quello nuovo,
  • poi lo si vive fino a renderlo identità.

Quando la convinzione diventa identità e l’identità diventa stato stabile, il mondo non può che rispondere.

Protocollo Inverso

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Giovanna Garbuio

Mi chiamo Giovanna Garbuio non mi piace definirmi, ma se proprio lo devo fare direi che sono una libera pensatrice. Sono inciampata nel 2008 su ho'oponopono e l'ho subito identificato come la via per lasciar andare tutte le domande! Sono stata la prima a scrivere qualcosa di strutturato su Ho'oponopono in Italia.  Sono entrata in contatto con la cultura Hawaiana dunque, quando ancora in italiano non c'era letteratura e quella poca che c'era era per lo più fuori stampa e quindi non più disponibile.

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  1. Cara Gió, conosco e studio l'argomento da tanti anni e spesso l'abbiamo fatto assieme. Questo articolo è il riassunto essenziale e completo della legge della manifestazione. Poche righe e di una tale profondità che non serve leggere o studiare altro. In ogni frase è racchiudoun mondo e un segreto che segreto non è. Ne farò una copia da portare sempre con me e rileggerla. Non serve altro. Pratiche, formule, tecniche. Qui c'è tutto. Chiaro. Accessibile. Efficace. Semplice.

    Questo tuo modo di semplificare, emozionare ed arrivare all'essenza è la qualità che da sempre ammiro.

    Grazie grazie grazie

    1. Grazie Paola davvero. Quando le cose vengono viste con chiarezza diventano semplici, e a quel punto non servono più tante tecniche ma solo la disponibilità a viverle. Smack e sempre grazie di esserci

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